moreno scorpioni storie

Se so fare qualcosa si verrà a sapere. Anche se non racconto storie

«Sono sempre stata dell’idea che se sono brava in quello che faccio, in qualche modo si verrà a sapere. Ma se non fosse così?» mi ha chiesto un giorno a pranzo una collega alle prese con i dubbi che assalgono chiunque si interroghi sul proprio lavoro e su cosa gli sta dando.

A casa, in viaggio, da soli o in compagnia, dalla colazione alla cena passando per il brunch, la palestra, i gatti: se a raccontare “storie” di qualsiasi sorta e genere nel 2018 erano 400 milioni, gli utenti attivi al giorno che usano le storie sono ad oggi 500 milioni, la metà degli utenti di Instagram.

Braccio sempre sollevato, auricolari o cuffie come accessorio must-have, 3, 2, 1… azione!

« Il personal branding è un modo per farsi trovare e scegliere, per attrarre più opportunità legate a ciò che si sa fare meglio, singolarmente e come azienda. Fare personal branding significa puntare sul proprio asset principale: se stessi. Il personal brand è la ragione per cui un cliente, un datore di lavoro o un partner ci sceglie e il personal branding è il processo per identificare e comunicare questa ragione.»

Personal branding. Promuovere se stessi online [L. Centenaro, T. Sorchiotti]

È un cambio di prospettiva non da poco: l’attenzione si sposta tutta sulla reputazione, sulle percezioni, sulle sensazioni e sulle idee che si fanno di noi gli altri. Significa controllare le informazioni, dosarle e distribuirle in modo da generare le impressioni desiderate.

Ma c’è di più: secondo un’indagine di Blogmeter, il 32% degli Italiani che usano Instagram preferisce guardare le storie anziché leggere un post, percentuale che raggiunge il 52% nella fascia 15-24 anni.

E soprattutto: c’è una percentuale rilevante di soggetti che fruisce dei contenuti e non ne produce, il 43% circa. Se so fare qualcosa, in qualche modo si verrà a sapere.

La misura delle storie

Questo cambio di prospettiva LinkedIN, ad esempio, lo misura.

Durante il corso di un master della business school del sole 24 ore ho chiesto agli studenti se fossero a conoscenza del fatto che LinkedIN misurasse l’efficacia del racconto che viene fatto con un algoritmo consultabile ben preciso. Quasi nessuno ne era a conoscenza, pur non essendo un segreto.

Il Social Selling Index è un parametro che misura quanto proficuamente usi LinkedIn per generare lead.

In pratica un indice che misura quanto sei efficace nello stabilire il tuo brand professionale, nell’entrare in contatto con le persone giuste, nell’interagire con informazioni rilevanti e nel costruire relazioni inerenti al tuo perimetro professionale.

Se poi persino Barbie (proprio quella!) arriva ad avere una sua pagina personale su LinkedIN allora forse il dubbio che raccontare cosa sei bravo a fare sia davvero qualcosa di cruciale comincia a insinuarsi.

Nel 2015 Barbie mise in piedi un racconto di sé impeccabile. Quella pagina stava a dire: dopo decenni di carriera, dopo aver “svolto” tantissime professioni, Barbie è pronta a essere una freelance, un’imprenditrice.

Ecco come si presentava: “Ho avuto la mia grande occasione nel 1959, ispirare le ragazze a sognare in grande. Da allora ho avuto più di 150 carriere, ma il mio primo obiettivo è sempre rimasto incoraggiare le generazioni più giovani a non mettere limiti alle loro ambizioni”.

C’era davvero bisogno di presentazioni? No, dunque Barbie ha provato a raccontare qualcosa di più: i sui valori, la sua storia, la sua mission.
Ciò che vuole che noi sappiamo.
Il perché si è creata una pagina.
Riportato in maniera coerente nei contenuti dei post che venivano condivisi sulla pagina, che tutto erano fuorché: “ehi, è uscito un nuovo modello. Compralo!”

Ho letto una storia che

Ho da poco finito di leggere Kentuki di Samanta Schweblin.

Siamo a Buenos Aires, ma anche a Zagabria, Pechino, Tel Aviv, Oaxaca: il fenomeno si diffonde in fretta, in ogni angolo del pianeta, giorno e notte. Si chiamano kentuki: tutti ne parlano, tutti desiderano avere o essere un kentuki. Innocui e adorabili peluche che vagano per il salotto di casa, in realtà robottini con telecamere al posto degli occhi e rotelle ai piedi, collegati casualmente a un utente anonimo che potrebbe essere dovunque.

«Che cos’era questa stupida idea dei kentuki? Che cosa faceva tutta quella gente che si aggirava sui pavimenti delle case altrui, che guardava come l’altra metà del genere umano si lavava i denti? Perché non era tutto diverso? Perché nessuno ordiva complotti davvero tremendi con i kentuki? Perché nessuno intrufolava un kentuki carico di esplosivo tra la folla di una grande stazione per far saltare tutto in aria? Perché nemmeno un utente delle migliaia che in quel momento dovevano muoversi su documenti importantissimi prendeva nota di un dato cruciale e faceva crollare la Borsa di New York? Perché le storie erano così piccole, così minuziosamente intime, meschine e prevedibili? Così disperatamente umane?»

Kentuki [S. Schweblin]

Se lo chiede una donna che non sa bene cosa farsene di questo esserino che di tanto in tanto le ronza intorno senza avere la possibilità di comunicare. Se lo chiede mentre si annoia, mentre si lava i denti, mentre si spoglia, mentre lo guarda, mentre lo scarabocchia, mentre gli infligge dolore solo per tentare di avere una reazione, di stabilire una connessione di qualche tipo con chiunque possa esserci dall’altra parte intento, principalmente, a guardare.

La fame di storie però comincia a farsi sentire e presto, anzi, quasi subito quel rapporto voyeuristico da una parte e dall’altra non basta, bisogna entrare in relazione, bisogna modificare la storia che si sta guardando perché magari si è notato un dettaglio o semplicemente si è visto qualcosa che non si doveva vedere.

Durante una mostra (dell’orrore) per dar voce ai kentuki, o meglio, per dare la possibilità alle persone di mettersi in relazione con gli animaletti, sul pavimento vengono disegnati dei cerchi con delle parole sui quali saltellare: “toccami”, “seguimi”, “amami”, “mi piace”.

Ma anche: “regala”, “foto”, “basta”, “sì”, “no”, “mai”, “di nuovo”, “condividi”, “racconta”.

Respirava sui cerchi, su centinaia di richieste, ordini e disideri, e la gente e i kentuki la circondavano e cominciavano a riconoscerla- era così rigida che sentiva il proprio corpo scricchiolare, e per la prima volta si chiese con un uno spavento che avrebbe potuto spezzarla, se quello su cui posava i piedi era un mondo da cui si potesse davvero fuggire.

Kentuki [ S. Schweblin]

Ci sono tanti modi per raccontare una storia e di certo non serve più a niente chiedersi quanto sia giusto o sbagliato farlo, purché il racconto fornito non venga inserito al solo scopo illustrativo.

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